Non so dirvi se sia stata la neve, il silenzio delle Dolomiti o quel brivido che solo Molveno sa regalare, ma quest’anno ai Campionati Europei e Africani di Ice Swimming è successo qualcosa che non avevo previsto. Ero lì come giudice, pronta a sei giorni di gare e concentrazione, e invece mi sono ritrovata dentro un’esperienza che ha riacceso parti di me che credevo assopite.

Il primo giorno l’acqua della piscina olimpionica era a 1.8°gradi. Neve che cadeva lenta, atleti di ogni età che entravano in quell’acqua gelida con una calma quasi rituale. Uno spettacolo che ti cattura subito, anche se non sei tu a tuffarti. E forse è stato proprio lì, in quel paesaggio da fiaba, che qualcosa dentro di me ha iniziato a bussare.

Quest’anno ero senza il tutore che l’anno scorso mi aveva immobilizzato la spalla e metà del mio spirito. E mentre l’acqua saliva a 2.5°C e la neve lasciava spazio a una pioggerella insistente, ho sentito un desiderio che non provavo da tempo: tornare nell’acqua gelida. Non come giudice, ma come donna che sa cosa significa ritrovarsi bracciata dopo bracciata.

Così, ogni sera, dopo le gare, il lago mi aspettava con i suoi 6–7°C. La mia spalla protestava, tirava indietro, cercava di convincermi a restare a riva. Ma il corpo, quando il cuore decide, può solo seguire. L’ho trascinata con me, un movimento alla volta, finché non ha smesso di opporsi.

È lì che ho capito che il mio motto non è uno slogan: volere è potere. È un atto. È scegliere di andare dove senti che devi andare, anche quando qualcosa ti frena. È ricordarti chi sei, proprio mentre lo stai diventando di nuovo.

Molveno, ancora una volta, mi ha riportata a casa. Dentro l’acqua, e dentro me stessa.