
È arrivato il momento dell’ICE SWIMMING.
Ogni anno, quando il freddo comincia a mordere e i laghi diventano specchi d’acqua tagliente, sento una chiamata che non so ignorare. È qualcosa che va oltre lo sport: è un rito, una prova di presenza, un modo per ricordarmi chi sono.
Quest’anno, però, il mio ruolo è diverso. Ai primi Campionati Italiani e poi agli Europei di Molveno, non sarò in acqua come atleta: sarò arbitro.
La mia spalla non ha ripreso come avrei voluto. L’ho ascoltata, l’ho rimproverata, ci ho litigato e ci ho fatto pace mille volte. Ma per ora l’ICE MILE — quei 1609 metri in acqua sotto i 5 gradi — deve aspettare. Non è un sogno cancellato, è un sogno parcheggiato. Rimane lì, in un angolo del cuore, come una promessa che non ho smesso di fare a me stessa.
A Cavazzo, mentre arbitravo, una parte di me era in acqua con chi affrontava quella prova estrema. Li guardavo entrare, uno dopo l’altro, con quella calma che solo chi ha fatto amicizia con il gelo può avere. L’acqua era cristallina e trasparente.



